KPI SEO e GEO: come misurare davvero il valore della visibilità nell’era delle AI generative
Dal traffico ai brand KPI, passando per AI Overview e LLM: cosa tenere d’occhio nei report SEO (e come usare GEO per fare strategia, non solo numeri).
Negli ultimi mesi abbiamo sentito di nuovo il ritornello “la SEO è morta”. In realtà, quello che sta morendo non è la SEO, ma il modo in cui la misuriamo.
AI Overview occupa porzioni sempre più grandi di SERP, i CTR organici diminuiscono, le visite calano anche quando le impression restano stabili. Allo stesso tempo, le ricerche non sono diminuite: Google continua a gestire miliardi di query al giorno a livello globale, mentre gli LLM come ChatGPT crescono ma rappresentano ancora una frazione del traffico complessivo.
Il punto non è difendere il “vecchio traffico”, ma capire come misurare la nuova visibilità: quella che passa per i motori di ricerca classici e per i motori generativi, per i social e per i forum, per i video e per le recensioni.
Qui entrano in gioco due concetti chiave del webinar: KPI SEO e GEO.
SEO vs GEO: due prospettive sullo stesso problema
La SEO, nel suo senso tradizionale, resta l’insieme di pratiche per ottimizzare un sito in modo che:
– compaia tra i primi risultati di Google (o altri motori come Bing, Ecosia);
– intercetti keyword e search intent pertinenti;
– offra un sito tecnicamente solido (performance, Core Web Vitals, indicizzabilità, architettura) e autorevole (link building, digital PR).
Il focus è chiaro: presidiare la SERP e generare clic qualificati soddisfacendo un intento di ricerca.
La GEO, invece, sposta il baricentro. Calicchio la presenta come un’estensione naturale: non si lavora più solo per il motore di ricerca, ma per tutti i punti di accesso alla conoscenza. Ai motori di ricerca si affiancano:
– motori generativi (LLM come ChatGPT, Gemini, Copilot, Perplexity);
– social media (Instagram, TikTok, YouTube, Facebook, Pinterest);
– forum e community (Reddit, Quora, portali di recensioni);
– altri ambienti dove le persone chiedono, confrontano, raccontano esperienze.
L’obiettivo di GEO è essere:
– citati;
– menzionati come fonte autorevole;
– selezionati nelle risposte generate dagli LLM.
Per farlo servono contenuti “estraibili”: codici HTML puliti, informazioni verificabili, segnali di esperienza reale e autorevolezza coerenti con il paradigma E-E-A-T introdotto da Google e ripreso anche dai modelli generativi..
Perché fissarsi solo sul traffico è pericoloso
– il traffico organico dagli LLM pesa in media tra lo 0,5% e l’1% del traffico organico complessivo, a seconda dei settori;
– il suo trend è in crescita costante, ma su numeri ancora limitati;
– le ricerche su Google sono stimate quasi 400 volte superiori alle interrogazioni su ChatGPT;
– gli utenti non sostituiscono Google con gli LLM: usano entrambi, in momenti diversi del percorso di ricerca.
Quello che cambia davvero non è il numero di utenti che cercano, ma la distribuzione della loro attenzione.
AI Overview può “tagliare” una parte consistente dei clic anche quando il posizionamento resta ottimo: impression stabili, ma meno clic perché il risultato organico scivola più in basso nella pagina. Se continuiamo a usare solo traffico e CTR come KPI principali, i report diventano sempre più depressivi e sempre meno utili.
La risposta non è ignorare il problema, ma aggiornare il set di KPI e il modo in cui leggiamo la visibilità.
Come ragionano le AI sul tuo brand
Per capire GEO bisogna capire come gli LLM costruiscono e aggiornano la loro conoscenza.
Le fonti dichiarate da OpenAI per l’addestramento includono:
– contenuti pubblici sul web;
– dati forniti su licenza da terze parti;
– contenuti condivisi dagli utenti e da annotatori umani durante il fine tuning.
Quando poni una domanda a un LLM possono succedere due cose:
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Il modello trova la risposta nella propria knowledge base, aggiornata fino a una certa data.
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La knowledge base non basta, e il modello attiva una web search in tempo reale (query fanout), interrogando Google e altre fonti.
Nel secondo caso, succede qualcosa di molto interessante per chi fa SEO:
– l’LLM genera più varianti della query iniziale (es. “Carlo Verdone età”, “Carlo Verdone data di nascita”, “Carlo Verdone age”);
– scansiona decine di siti e URL in una frazione di secondo;
– identifica entità, fonti autorevoli e segnali di consenso (ripetizione coerente della stessa informazione su fonti diverse).
Qui tornano fondamentali due aspetti:
– i dati strutturati (schema.org, soprattutto per Organization, Person, LocalBusiness, Product): aiutano motori e LLM a riconoscere entità, localizzazioni, relazioni;
– la diffusione del brand su fonti esterne: social, forum, recensioni, contenuti di terzi.
Se il tuo sito dice “siamo leader di settore”, ma su Reddit e nelle recensioni emergeranno problemi di assistenza, ritardi di consegna o incoerenze di comunicazione, gli LLM terranno conto anche di questo. È qui che GEO diventa un lavoro di gestione della reputazione, non solo di posizionamento.
GEO in pratica: analisi di brand, sentiment e buyer personas
Nel webinar viene mostrato come la sezione GEO di SEOZoom permetta di trasformare queste dinamiche in un’analisi operativa. L’idea di fondo è semplice: usare gli LLM come “specchio” di come il mercato percepisce il brand, e poi misurare e intervenire.
I passaggi chiave sono tre.
Primo: verificare se il percepito coincide con il posizionamento desiderato.
Se produci “scarpe da uomo” e l’analisi GEO restituisce un profilo generico su “calzature”, c’è un problema di focalizzazione: o i contenuti non sono chiari, o gli altri parlano di te in modo troppo generico, o il tuo nome di brand genera ambiguità con altri soggetti.
Secondo: individuare keyword positive e negative associate al brand.
Nel caso di un produttore di elettrodomestici “made in Italy”, possono emergere keyword positive (design, estetica, stile retrò, colori, iconicità) e negative (prezzo, costoso, guasti, assistenza clienti). Questi elementi non servono solo al copy: sono KPI qualitativi di brand, da condividere anche con marketing, prodotto, customer care.
Terzo: ricostruire buyer personas e pain point.
SEOZoom GEO restituisce profili-tipo con età, interessi, obiettivi e domande frequenti. Questo consente di collegare in modo diretto:
– percezione del brand;
– bisogni informativi;
– opportunità SEO e GEO.
Dal dato all’azione SEO: il caso del forno elettrico per pizza
Uno dei casi raccontati da Calicchio rende concreto il collegamento tra GEO, SEO e KPI.
Un’azienda produce forni elettrici domestici per pizza, in grado di raggiungere temperature molto più alte dei forni tradizionali. Il prodotto è di nicchia, il pubblico è competente e con aspettative precise.
L’analisi GEO fa emergere tre bisogni principali:
– confronto tra modelli: le persone vogliono capire “qual è il forno giusto per me”;
– consumi energetici: forte preoccupazione per i costi in bolletta;
– temperature reali raggiunte: richiesta esplicita di 450–500 gradi per una pizza stile napoletano.
A partire da questi pain point, la strategia SEO cambia:
– si identificano query specifiche, coerenti con i bisogni (es. “come scegliere il forno per pizza”, “quanto consuma un forno elettrico per pizza”, “forno pizza 500 gradi”);
– si creano nuove pagine editoriali e di servizio: una guida alla scelta del forno, una pagina dettagliata sui consumi, un focus sulle prestazioni di temperatura;
– si ripensa il layout delle schede prodotto: informazioni critiche (temperature, consumi) vengono portate in alto, e non lasciate solo in fondo alla pagina dove pochi arrivano.
Il risultato non è solo “nuovo traffico SEO”: sono KPI più allineati agli obiettivi di business. Aumentano:
– il tempo speso sulle pagine chiave;
– le conversioni assistite dal contenuto editoriale;
– la qualità delle sessioni di chi arriva dalle query più consulenziali.
KPI SEO e GEO da portare nei report
Se il traffico non basta più, cosa va messo davvero sotto osservazione? Dal webinar emerge un cambio di gerarchia, più che un cambio di strumenti.
Al centro ci sono:
– conversioni e fatturato: sono i veri KPI di business. La SEO e la GEO hanno senso se portano vendite, lead qualificati, iscrizioni, richieste di contatto;
– click e impression restano utili, ma come indicatori intermedi, non come fine;
– tempo medio in pagina e profondità di visita: utili per valutare se i contenuti rispondono davvero alle domande e ai pain point;
– keyword ranking: importante, ma da leggere dentro contesti saturati da AI Overview, box video, immagini, risultati locali;
– sentiment di brand e keyword positive/negative emerse da GEO: KPI qualitativi, ma sempre più determinanti per la scelta finale dell’utente;
– click di brand: con la nuova funzionalità annunciata in Google Search Console per la segmentazione dei clic di brand, diventa più semplice misurare quanto la notorietà e la fiducia verso il brand stiano crescendo;
– visibilità in AI Overview e nei motori LLM: quante keyword sono coperte, quante volte il brand è menzionato, quante volte appare come prima fonte, qual è la visibilità complessiva nelle risposte generative.
Sono questi i KPI che rispondono alla domanda che conta: “la nostra visibilità, complessivamente, sta diventando più rilevante per le persone e per gli algoritmi che le aiutano a decidere?”.
Piccoli blog e magazine: serve ripensare il modello, non solo la SEO
Un altro punto importante emerso nel dialogo finale del webinar riguarda i piccoli blog e i magazine di brand.
Se il modello si basa quasi solo sulla pubblicità display, la combinazione di:
– calo dei clic organici;
– saturazione delle SERP;
– riduzione dei CPM per alcuni settori
rende il modello sempre più difficile da sostenere.
Per i magazine di brand la domanda chiave diventa: “Che ruolo ha questo contenuto nel percorso verso la conversione?”. Se un blog aziendale non porta mai:
– conversioni dirette o assistite;
– incremento delle query di brand;
– miglioramento della percezione e del sentiment;
allora il KPI non è “quante visite fa l’articolo”, ma “perché esiste questo magazine e cosa dovrebbe cambiare per generare valore per il business”.
Il webinar suggerisce due direzioni operative:
– specializzarsi in nicchie dove AI Overview non ha ancora risposte complete e dove la propria esperienza è davvero distintiva;
– ragionare in ottica di multicanalità creativa, soprattutto per le realtà con poco budget: co-marketing con brand affini, riuso degli asset (foto, video, storie) su più piattaforme, collaborazioni con creator e micro-influencer.
In altre parole: GEO chiede ai piccoli progetti di comportarsi meno come “media generalisti” e più come veri brand, con una proposta chiara, riconoscibile e sostenibile.
Agent AI: dove l’AI ha senso davvero nel lavoro SEO
Un passaggio finale del webinar sposta il focus dagli LLM come “motori” agli LLM come strumenti operativi.
Fare AI non significa “far scrivere i testi a ChatGPT e incollarli sul sito”. Al contrario, Calicchio mostra come gli agent AI possano:
– integrarsi con le API di SEOZoom per recuperare keyword, correlazioni, dati di SERP;
– lavorare su fogli di calcolo (es. Google Sheets) per creare workflow ripetibili;
– generare bozze di contenuti coerenti con il tono di voce del brand, rispettando vincoli e priorità;
– automatizzare parte delle attività a basso valore, lasciando a chi fa SEO la parte strategica e di controllo.
Il KPI, in questo caso, non è solo “quanti testi in più produciamo”, ma “quanto tempo senior liberiamo per analisi, relazione con il cliente, design della strategia GEO complessiva”.
Da Search Engine a Search Everywhere
Il messaggio di fondo del webinar può essere sintetizzato così:
– non possiamo più permetterci di lavorare “chiusi” nel sito, misurando solo traffico e keyword;
– SEO e GEO devono fondersi in un’unica visione: presidiare tutti i luoghi in cui le persone cercano, si informano e si confrontano;
– i KPI devono riflettere questa complessità, tenendo insieme performance economiche, visibilità, brand perception e presenza nei motori generativi.
Una buona domanda da portare nel prossimo report, magari insieme al cliente, potrebbe essere:
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Cosa pensano di noi Google, AI Overview e gli LLM quando li interroghiamo sul nostro brand?
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I dati GEO confermano il posizionamento che vogliamo o ci raccontano un’altra storia?
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Quali contenuti e quali canali stanno davvero spostando conversioni, fiducia e query di brand?
Da lì, KPI SEO e KPI GEO smettono di essere un elenco di numeri e diventano una bussola per decidere dove investire tempo, budget e creatività nei prossimi mesi.
