Smettila di chiederti se compari nell’AI
Quando si comincia a ragionare di visibilità dentro i motori generativi, la tentazione è saltare subito allo strumento nuovo, quello che promette di dirti se compari o meno nelle risposte di ChatGPT. È comprensibile. La domanda che tutti si fanno oggi è esattamente quella: ci sono o non ci sono? E se non ci sono, come faccio a entrarci?
Partire da lì, però, è come voler correggere la pronuncia di una lingua che ancora non si sa parlare. Guardiamo alla fine invece che al principio. La SEO for AI non cancella la SEO che abbiamo fatto finora, non la sostituisce, non la rende obsoleta. Le si appoggia sopra. Sono tasselli che si aggiungono, nuove operatività, strumenti in più che servono a rafforzare un brand e a farlo emergere anche quando la risposta non arriva più da una pagina di link ma da un testo generato. Se quella base sotto non è solida, non c’è audit generativo che tenga.
I numeri, del resto, non lasciano molto spazio all’attesa. Già oggi più di un acquisto su tre risulta influenzato dall’intelligenza artificiale, e la traiettoria è di crescita costante. Le persone si affidano a questi sistemi sempre di più come interlocutori, quasi come compagni di ragionamento. Non sappiamo ancora se sia un bene o un limite, ma la direzione è chiara, e il modo in cui l’AI orienterà scelte e acquisti diventerà progressivamente più pesante. Questo, per chi fa marketing, è terreno operativo. Per chi ha un progetto proprio, sono attività da integrare nel lavoro quotidiano. Per chi lavora in agenzia, sono percorsi che si possono costruire e proporre ai clienti, a patto di sapere cosa si sta facendo.
Bisogna fare un ragionamento, invece che un elenco di funzioni. Un percorso logico come abbiamo visto nella masterclass dedicata alla SEO for AI, dove ogni passaggio ha uno strumento, un’attività e un risultato che ci si può aspettare. Prima di entrare nel merito, vale la pena fissare i cinque snodi che la reggono.
- Il primo è la fotografia della memoria: capire cosa i modelli già sanno di noi.
- Il secondo è la ricostruzione della nostra presenza attuale dentro le risposte, competitor compresi.
- Il terzo è l’audit in tempo reale, quello che restituisce spunti su percezione, sentiment e posizionamento di marca.
- Il quarto è la produzione di contenuti guidata da questi dati, dove la keyword research tradizionale incontra le nuove logiche generative.
- Il quinto è il monitoraggio dei prompt, cioè l’unico modo per verificare nel tempo se, come e con quale tono veniamo citati.
Partire dalla memoria: cosa i modelli sanno già di noi
Il punto di partenza, dopo aver riguardato con onestà l’andamento SEO del progetto, è una specie di fotografia della conoscenza che un modello ha accumulato sul sito. Un audit di questo tipo interroga il modello – nel caso del GEO Audit di SEOZoom viene usato Gemini come campione – con una batteria di comandi, e verifica cosa sa fino all’ultimo addestramento dei dati. Il training avviene periodicamente, all’incirca una volta l’anno, quindi non ha senso rifare questo report ogni settimana. Lo si fa una volta, e lo si ripete quando arriva un nuovo aggiornamento del modello.
Il meccanismo interessante è il doppio controllo. Da un lato vediamo cosa il modello ha in memoria, dall’altro parte una ricerca in tempo reale sul web che conferma o smentisce quella conoscenza. Se emerge che il modello sa qualcosa ma che nel frattempo online c’è dell’altro, quel disallineamento diventa una traccia di lavoro: significa che stiamo già muovendoci nella direzione giusta, che il brand ha prodotto qualcosa che il vecchio addestramento non aveva registrato.
C’è un segnale a cui prestare particolare attenzione. Quando i dati in memoria risultano in buona parte sbagliati, il problema non è tanto l’errore in sé, quanto il fatto che il modello, non avendo le informazioni, se le è inventate. Un sistema che allucina è un sistema che non sapeva. Ed è proprio quel vuoto a dirci dove intervenire. Un buon audit di memoria, incrociato con la visione SEO che già abbiamo, dice molto: se abbiamo lavorato per anni su contenuti e brand e qui non compare nulla, forse abbiamo spinto troppo sui contenuti e poco sull’identità di marca. Se siamo deboli lato SEO, è normale che la conoscenza generativa risulti incompleta, perché questi sistemi attingono in larga parte da ciò che è presente nei risultati di ricerca.
Ricostruire la nostra presenza nelle risposte generative
Il passaggio successivo consiste nel ricostruire con il tool AI Visibility dove il sito entra effettivamente nelle risposte. Qui si vedono i competitor più presenti nei prompt in cui compariamo, la distribuzione tra i diversi motori (AI Overview, ChatGPT, Perplexity, Gemini) e i social più citati nel settore.
Quest’ultimo dato merita una sosta. In moltissime risposte generative sono i social a essere protagonisti. È l’ennesima conferma, un anno e mezzo dopo, di quel discorso sulla Search Everywhere Optimization a SEOZoom Day: l’everywhere è entrato dentro i motori AI. Quali piattaforme il settore presidia e noi no?. Se YouTube ricorre in continuazione nelle risposte del comparto, probabilmente dobbiamo rafforzare YouTube. Se Reddit è ovunque, forse è arrivato il momento di entrare davvero in quella community invece di guardarla da fuori.
Consigliamo di fare questa analisi non solo sul proprio sito ma anche sui competitor, così da avere sotto controllo il quadro competitivo per intero. L’ideale è tenere i competitor sia a livello di progetto, per studiarne pagine e keyword, sia nel monitoraggio dei prompt, in modo da avere il riscontro proporzionato tra ciò che dicono i dati stimati e ciò che succede nelle risposte generative.
L’audit in tempo reale: leggere la percezione, oltre la presenza
Se i primi due passaggi fotografano lo stato delle cose, il terzo è quello che dà più spunti operativi, soprattutto sul fronte dei contenuti. AEO Audit agisce in tempo reale: si indica il brand, il paese, il settore, il prodotto, la lingua, e vengono interrogati i principali modelli con ricerca web attiva per capire come il brand viene effettivamente restituito.
Guardiamo la qualità degli spunti. Che posizione di mercato ci viene riconosciuta. Quale archetipo di marca emerge, e se corrisponde a quello che avevamo in mente quando abbiamo progettato il brand o se, non avendolo mai progettato davvero, questo è il momento di metterlo a fuoco.
Ogni voce va interpretata e contestualizzata rispetto al progetto: un punto di forza riconosciuto va rafforzato e comunicato; un’area di crescita va valutata rispetto alla direzione che vogliamo dare al brand. Se un valore che consideriamo centrale non emerge affatto, significa che l’AI non lo conosce, e quindi non potrà mai restituirlo a chi la interroga. Vale anche in negativo: se dall’audit di un competitor emergono qualità che noi non presidiamo quella diventa una traccia per la digital PR e per la raccolta di riscontri. I dati sono la base, ma da soli non bastano: una strategia costruita senza dati si muove sul nulla, ma i dati senza interpretazione restano inerti. La parte difficile, e la più nostra, è sempre la lettura.
Questo tipo di audit ha una cadenza diversa dal primo. Agendo in tempo reale, ha senso ripeterlo anche ogni due o tre settimane, calibrando però sulla reale intensità del progetto. Se pubblichiamo un articolo a settimana e un paio di post, un report mensile è più che sufficiente: l’influenza non si muove così in fretta. Se invece il progetto ha una produzione di contenuti e di attività molto più densa, allora ha senso guardarlo più spesso.
Produrre contenuti guidati dai dati
Quando dall’analisi emergono aree scoperte, il passaggio alla produzione non abbandona la keyword research tradizionale: la incontra. Identificata un’area, torniamo a guardare keyword, volumi, opportunità, pagine meglio posizionate. Questo resta il fondamento. Solo dopo entriamo nella parte generativa, dove lo strumento AI Prompt Research scompone un prompt in un ventaglio di contenuti ed esigenze che coprono l’intero funnel: dai concetti base fino alle domande più specifiche, ciascuna monitorabile a sua volta.
Il flusso di lavoro può passare per l’Assistente Editoriale, che resta la strada ideale, oppure – riconoscendo che ognuno ha la propria operatività – per un modello esterno come Claude, per poi rientrare nell’ambiente editoriale per l’ottimizzazione finale. Il vantaggio di chiudere il cerchio lì è avere accesso alla Mappa Semantica costruita sul database vettoriale, che dice matematicamente a quali topic e a quali articoli ci stiamo avvicinando. Non si tratta di infilare tutti i topic disponibili, ma di scegliere quali coprire in base al competitor a cui vogliamo avvicinarci e all’obiettivo che ci diamo.
Infine con AI Engine di SEOZoom, lo strumento predittivo per eccellenza, verifichiamo se, rispetto ai competitor, abbiamo più o meno probabilità di essere scelti dentro una risposta. Va letto con lucidità. Essere scelti o meno dipende da molti fattori, e il primo è il sito che ospita il contenuto. Un brand debole, un sito fragile lato SEO, difficilmente porteranno risultati per quanto il singolo pezzo sia curato. Lo stesso contenuto, dentro un sito solido e autorevole, ha invece concrete possibilità di emergere. È il promemoria che tiene insieme tutta la roadmap: il contenuto generativo non vive da solo, poggia sempre sulla forza complessiva del progetto.
Monitorare i prompt: l’unico modo per sapere come veniamo raccontati
L’ultimo anello, e in un certo senso quello che fa ricominciare il ciclo, è il monitoraggio dei prompt. Qui si inseriscono le interrogazioni così come pensiamo vengano formulate dalle persone, con un’avvertenza: evitare i vanity prompt, quelli costruiti su misura per farci comparire, e privilegiare prompt che possano davvero influenzare il business e orientare le scelte.
Il monitoraggio restituisce se veniamo usati, citati o menzionati, se la citazione include un link o è un semplice richiamo di marca, e soprattutto con quale sentiment veniamo presentati. Di base il sentiment è quasi sempre positivo, ma è il confronto nel tempo a contare: cambia qualcosa da un periodo all’altro? Veniamo raccomandati direttamente o solo per comparazione? La singola risposta dice poco, perché i prompt variano moltissimo da utente a utente; è la lettura a campione, ripetuta e incrociata su più dati, a diventare significativa. Anche qui vale la regola del quadro completo: monitoriamo i nostri prompt, certo, ma teniamo d’occhio anche quelli dei competitor, per capire se e come sono presenti.
Click sì o click no
Chiudiamo dove tutto si ricongiunge. Dopo il monitoraggio si torna all’audit, si guarda cosa è cambiato, si intreccia di nuovo l’attività SEO con la produzione di contenuti e con lo studio dei competitor in ottica generativa. Un ciclo. E in fondo resta vero che l’AI porta meno traffico di un tempo, che i click sono diminuiti. Ma qualche click c’è ancora, ed è un traffico che vale la pena tracciare (qui ti mostriamo come fare!), perché tende a convertire in modo interessante. Vale la pena esserci anche quando la citazione non porta un click: è presenza di marca. Ma quando il click arriva, va misurato perché ci dice, meglio di qualsiasi previsione, come stiamo davvero comparendo.