Elisa Contessotto
17/09/2026

Ho fatto il GEO e l’AEO Audit: e ora?

Impara a leggere i report che hai davanti e a farne un piano di lavoro

Generare un audit – per lo meno quelli automatici – richiede un minuto. Inserisci il dominio, aspetti, salvi il PDF. La parte difficile comincia subito dopo, quando il documento è lì con i suoi punteggi e le sue osservazioni e bisogna decidere che cosa farne. Da questo punto di vista, la misurazione è la parte meno faticosa, però è solo il punto di partenza. Un audit comincia a essere utile quando qualcuno lo legge con spirito critico e ne ricava una direzione.

In questo articolo, frutto di quanto emerso nella mia masterclass su SEOZoom Academy mettiamo in fila quello che viene dopo il salvataggio del PDF.

GEO Audit e AEO Audit, le differenze

Prima di tutto conviene avere chiaro che cosa raccontano i due report.

  • Il GEO Audit restituisce la fotografia che un motore AI ha del brand: chi sei, di cosa ti occupi, per quali temi vieni riconosciuto. È un’immagine statica e racconta quello che è stato pubblicato negli anni e tutto il contesto di fonti esterne che hanno parlato del brand.
  • L’AEO Audit guarda invece al modo in cui gli answer engine usano il brand quando compongono una risposta in tempo reale. Mostra le caratteristiche identitarie che vengono associate al marchio, la riconoscibilità sul mercato, la share of voice, gli elementi su cui l’AI fonda la propria fiducia e le eventuali criticità. Si può anche indirizzare l’analisi su un aspetto preciso, per esempio il prodotto oppure il servizio clienti, e ottenere letture diverse dello stesso brand.

Il primo riguarda quindi ciò che l’AI sa del brand, il secondo l’uso che ne fa quando deve rispondere a qualcuno.

La prima cosa da chiedersi: mi ci ritrovo?

Il primo esercizio da fare (e che puoi fare per i tuoi clienti) è semplicissimo.

Si apre la home page del sito accanto al GEO Audit e ci si chiede se le due cose raccontano la stessa realtà.

Se la risposta è sì, vale la pena capire che cosa ha prodotto quella coerenza, così da continuare a lavorare nella stessa direzione con cognizione di causa. Se la risposta è no, le spiegazioni possibili sono più o meno due. Può darsi che l’azienda abbia cambiato rotta, ampliato l’offerta o spostato il posizionamento, mentre l’AI è rimasta alla versione precedente: in quel caso bisogna capire come si sta comunicando la nuova direzione e a volte anche chiedersi con onestà se l’identità che l’AI continua a riconoscere non sia quella più efficace. Oppure c’è un disallineamento di cui nessuno si era accorto, tra quello che il brand dice di sé e quello che il web dice del brand.

Capita anche che negli audit riaffiorino vicende passate. Una crisi di reputazione di qualche anno fa può essere ancora presente nella conoscenza dei motori AI e l’unica risposta sensata è continuare a insistere sui valori e sull’offerta di oggi finché il peso delle fonti si sposta.

Questo tipo di lettura difficilmente si può delegare per intero a chi ha un ruolo solo operativo. C’è bisogno di qualcuno che conosca la strategia del brand e serve il dialogo con il cliente o con la direzione, perché l’audit di fatto mette in discussione l’identità e qualcuno deve avere l’autorità per rispondere.

Il motivo per cui tutto questo conta è che l’AI oggi fa da filtro. Descrive il brand alle persone prima che arrivino sul sito. Se lo descrive in modo impreciso, c’è chi lo scarta senza nemmeno approfondire, e chi arriva lo fa con un’aspettativa che il sito poi non conferma. Nel B2B, dove una scelta passa da più persone e da più valutazioni, essere esclusi già nella risposta dell’AI pesa ancora di più.

Rimettere accanto i dati SEO

Una buona SEO non garantisce la presenza nelle risposte dell’AI, ma un sito che parte da zero sulla SEO farà molta più fatica anche lì. Per questo l’audit va letto insieme ai dati di rendimento organico.

In SEOZoom il punto di partenza è l’analisi del dominio, con il Quick Audit che riassume traffico stimato, keyword posizionate e andamento nel tempo. Accanto c’è il report di AI Visibility, che mostra se il sito è presente in AI Overview, con quali keyword e con quali pagine, più un primo assaggio delle citazioni su ChatGPT, Perplexity e Gemini. Poi c’è la sezione dedicata alle pagine, dove si vede che cosa sta rendendo, che cosa è in calo e che cosa sta crescendo.

Incrociando queste informazioni con gli audit si comincia a capire quali pagine contribuiscono di più all’identità che l’AI percepisce. In un periodo in cui molti pensano di tagliare il blog o le sezioni che portano poche visite, l’AEO Audit può rivelare che proprio alcuni di quei contenuti sono tra le ragioni per cui l’AI si fida del brand. Prove documentate del lavoro svolto, testimonianze, recensioni: materiali che pochi leggono e che però sostengono l’autorevolezza complessiva. Prima di eliminare qualcosa, conviene controllare che ruolo ha in questo quadro.

Gli stessi report, fatti sui competitor

Un passaggio che vediamo fare di rado è lanciare GEO Audit e AEO Audit anche sui due o tre competitor di riferimento, quelli che hanno qualcosa che il brand sta inseguendo. SEOZoom offre anche un’analisi Competitor AI che mette i brand a confronto diretto, ed è un buon modo per avere una visione d’insieme. Gli audit completi, però, danno più materiale su cui ragionare.

Da questa lettura emerge su che cosa punta ciascun concorrente agli occhi dell’AI, quali prove lo sostengono, dove ha delle debolezze. Per chi deve decidere come differenziarsi è un’informazione che prima non esisteva in questa forma.

Dall’audit al piano editoriale, e oltre il sito

Al SEOZoom Day Ivano Di Biasi ha parlato di verità statistica e di seminare semantica. L’idea è che il brand debba raccontarsi in modo coerente e ripetuto, sul proprio sito e attraverso fonti esterne che confermano lo stesso racconto, perché è da quella coerenza diffusa che i motori AI ricavano la loro versione dei fatti.

Tradotto in lavoro quotidiano, il piano editoriale si muove su due binari. I dati SEO servono a rivedere e potenziare i contenuti esistenti, a capire che cosa merita un aggiornamento. Gli spunti degli audit servono invece a decidere che cosa manca: se l’AI non associa il brand a un tema su cui l’azienda vuole essere riconosciuta, quel tema deve entrare nel piano. Per costruire i nuovi contenuti è utile AI Prompt Research, che parte da una richiesta e la segmenta lungo le fasi del funnel, suggerendo tipi di contenuto diversi a seconda del momento in cui si trova la persona.

Conta anche il ritmo. Con un contenuto al mese il cambiamento arriverà all’AI lentamente, mentre un lavoro più intenso, sostenuto dai social come conferma dell’identità e dalle digital PR, accelera il processo. Lo stesso vale per recensioni e testimonianze: molte restano in messaggi privati, ed è un peccato, perché rese pubbliche sarebbero esattamente il tipo di conferma esterna che l’AI va a cercare. Chiedere ai clienti soddisfatti di raccontare la propria esperienza fa parte del lavoro.

Monitorare nel tempo con dati su cui si può agire

Le risposte dell’AI cambiano, anche a parità di domanda. Per questo una rilevazione fatta in un giorno qualsiasi dice poco, e per lo stesso motivo nessuno dovrebbe garantire risultati o posizioni. Quello che si può osservare con serietà è l’andamento.

Con AI Prompt Tracker si scelgono i prompt da seguire, partendo da quelli che Giuseppe Liguori chiama money prompt, cioè le richieste di chi è vicino a una conversione. Possono essere una manciata o qualche decina, dipende dal business e dagli obiettivi. 

Per un tracciamento avanzati è consigliabile di monitorare con gli stessi prompt anche i competitor, così da vedere quando compaiono loro, in che modo e grazie a quali fonti.

Le fonti sono il dato più prezioso perché portano direttamente a un’azione. Se una risposta viene costruita spesso a partire da un certo sito e il brand lì non c’è, si apre una strada concreta: capire se è possibile farsi citare, proporre una collaborazione, lavorarci con le digital PR. 

Vale la pena guardare anche al traffico che arriva dagli assistenti AI. L’integrazione di SEOZoom con Google Analytics ha un filtro già pronto per isolarlo e spesso si scopre che è un traffico più qualificato, con tempi di permanenza e tassi di conversione interessanti. In una fase in cui molte aziende guardano con preoccupazione al calo del traffico organico, portare nei report anche questo dato aiuta a rimettere le cose in proporzione.

Infine gli audit si rifanno, a intervalli regolari. Se il lavoro procede bene, la fotografia cambia: l’AI comincia a riconoscere temi nuovi e le vecchie criticità pesano meno. I tempi sono lunghi, come lo sono sempre stati nella SEO, e proprio per questo è importante avere un punto di partenza documentato con cui confrontarsi.

Una strada già tracciata

Dall’audit alla lettura critica, dalle decisioni sui contenuti al monitoraggio, e poi di nuovo all’audit: è un ciclo, e all’inizio può sembrare difficile capire da dove cominciare e in che ordine muoversi.

Questo percorso è descritto passo dopo passo nella Roadmap operativa che Ivano Di Biasi ha inserito nel suo libro, “SEO for AI – È successo davvero“. È la parte del libro in cui la visione diventa metodo, con una sequenza di attività da seguire per portare un brand a essere conosciuto e raccontato correttamente dai motori AI. Per chi ha appena chiuso il suo primo audit e si sta facendo la domanda del titolo, è la lettura giusta da cui ripartire.